Oggi cambio tema e faccio un post
personale. Lo so di solito parlo di scemenze o delle solite cose, quindi
improvviso questo post così alla veloce prima di riprendere a studiare. Voglio
parlarvi dei posti più belli che io abbia mai visitato, o meglio, quelli che mi
sono rimasti nel cuore. Portate pazienza e godetevi questo papiro di storie e
avventure!
Mi è sempre piaciuto viaggiare,
specialmente con i miei amici o i miei genitori. Mi sono affezionata a 2 posti
in particolare, che mi hanno rubato il cuore: l’Irlanda e il Perù. Quindi vi
parlerò soprattutto di questi.
E allora iniziamo: a
quanti di voi piace viaggiare?
Io di paesi ne ho visitati,
molti, nonostante la mia breve vita, se non per ragioni di lingua o vacanza per
lavoro. E perché no, anche per studio visto che mi trovo temporaneamente in
Spagna per l’università. Sono stata in Francia, sulle sue coste e nei suoi
castelli, sulle sue montagne, come su quelle svizzere. Sono volata fino nella
gelida e triste Danimarca travestendomi da Leonardo da Vinci che “allenava”
Michelangelo (interpretato da Simona, una mia cara amica con la pazienza di una
santa) con Eye of The Tiger come sottofondo, e dalla madre di Bohr per degli
stupidi video; sono andata in Croazia, dove mi sono tuffata da una graziosa
barca per nuotare tra stelle marine e pesci colorati in mezzo al mare. Ho
volato sulle ali un kitesurf nell’ oceano Atalntico, alle Canarie e ho visto il
tramonto al Café del Mar di Ibiza con una mia cara amica che mi aveva ospitata
nella sua casa.
E dopo le tante vacanze
rilassanti o scolastiche arrivano i viaggi per me più significativi.
A 16 anni decisi di andare a Londra per
migliorare il mio inglese e cercare un lavoro estivo che mi permettesse di
mettere qualche soldo da parte. Esperienza molto istruttiva, che mi ha fatto
pensare molto. Ho passato due mesi nella capitale britannica a lavorare come
cameriera nel centro, in uno dei locali più votati su TripAdvisor (cosa che mi
sorprende molto), andando a scuola di inglese la mattina.
È stano tremendamente faticoso. Il
primo mese vivevo nella periferia londinese, lontana dal centro e dalla scuola
e avrò dormito una media di 4 ore a notte. La prima settimana mi sono
ambientata, ho
Questa era una tabella dei turni settimanali, dove C sta per chiusura, ossia a orario tra le 3 e le 5 del mattino |
iniziato il corso e conosciuto persone fantastiche, vissuto
Camdem Town, visitato il meraviglioso Natural History Museum, comprato quintali
di libri e ho fatto qualche colloquio. Devo dire che al sentirmi chiedere “sei fidanzata? Pensi di rimanere qua a
vivere? Cerchi marito?’’ per essere assunta è stato snervante. Al terzo
finalmente sono stata assunta in un locale di cui ometto il nome per ovvie ragioni.
Con la promessa di 200 sterline a settimana (che aumentavano di 10 fino a raggiungere
un massimo di 250), un minimo di 56 ore lavorative settimanali e un giorno
libero scelto dal capo accettai. E qua potrei benissimo dire: “ho
visto cose che voi umani non potete neanche immaginare’’.
Ho imparato davvero molto da
quell’ esperienza. Per esempio, sapevate
che il vino rosé si fa diluendo vino rosso con bianco? Io no! Avrei molto,
troppo da ridire sulle condizioni igieniche dei locali londinesi, che mi hanno
fatto davvero vomitare (ma davvero!). Topi che giravano in cucina, profiteroles
rancidi serviti o caduti per terra e rimessi sul vassoio, spremute di arancia
diluite con il cartone del supermercato, carne scaduta e servita ai tavoli,
pasta precotta e conservata aperta in mezzo alla cucina e tirata in padella con
il condimento. Per non parlare del carrello dei dolci, che è stata la cosa forse
più disgustosa che abbia mai visto in vita mia: appartenente al XIX secolo e
soprannominato dalle mie colleghe “il
settimo figlio di Mr. Roger’’, aveva due dita di muffa su un ripiano ed era
mezzo ghiacciato sull’altro. Nota:
rimuovere la frutta ammuffita dalla macedonia non la rende fresca, come nemmeno
aggiungerne altra per coprirla.
Ahhhh poi potrei parlare del mio
capo per giorni! Uno stronzo coi fiocchi. Turco, proprietario della maggior
parte dei locali centrali di Londra (insieme alla sua famiglia), falso come
pochi ma ammetto che sapeva giocarsi bene le sue carte. Insieme alla seconda
capa mi chiamavano “our golden goose’’ visto che facevo un minimo di 100 sterline
di mancia a sera, che si intascavano loro, e visto che ero italiana, molto socievole
e apprezzata dai clienti (che tornavano spesso o chiedevano espressamente di
me). Insomma, il mio gruzzoletto me lo sono messa da parte, più di quanto una
qualunque cameriera 16enne avrebbe mai guadagnato in Italia probabilmente, ma
turni da 10-12 ore in piedi se mi andava male, fatti in gonna e paperine sono
da suicidio.
In compenso ho imparato a
diffidare da certe persone. Pensate una volta sono anche stata scambiata per
una prostituta da un coreano mentre davo volantini. Ho conosciuto persone
meravigliose da tutto il mondo e sono ancora amica di una meravigliosa
famigliola svedese con cui scambio lettere e disegni ogni tanto. Ho anche visto
la parte corrotta di Londra: andiamo, nessun napoletano a cui devo prestare
particolare attenzione e servirlo con ingredienti apposta per lui parlando
esclusivamente italiano, ritirerebbe mai da un proprietario di ristoranti una
somma di denaro mandando uomini due volte a settimana senza un motivo, non me
la bevo.
Ma concludo con questa mia
microbiologica esperienza (termine decisamente appropriato) e passo ad altro.
Un luogo mi ha rubato il cuore
per primo: l’Irlanda. Ci sono stata in
vacanza per due anni di fila alle medie e mi sono innamorata delle sue lande
verdi, dell’incantevole pioggia che dava alla terra e alla natura la
brillantezza di una pietra preziosa. Cork, Waterford e i loro dintorni mi hanno
rubato l’anima con i loro cavalli, la loro quiete. Il secondo anno che ci andai,
poi, presi la prima cotta della mia vita per un ragazzo più grande, con cui
passai dei momenti fantastici, anche se bizzarri. Cara Irlanda, sei riuscita a
donarmi dei ricordi meravigliosi!
Il secondo posto che mi ha rapita
ha costituito una parte della mia tesina di maturità (molto personale e bella,
a tema “Il Viaggio”,chissà, forse un
giorno la condividerò con voi) si trova in un altro continente, a più di 1400
km di distanza dalla mia casa. Si tratta della Foresta amazzonica. A 17 anni seguii mio padre a un congresso di
medici e veterinari di fama mondiale, leader industriali e ricercatori
pazzeschi, in Perù, a Lima. Il congresso era di 4 giorni e gli organizzatori
non sono stati economici, diciamo. Mi ricordo ancora il giorno quando mio padre
mi chiese di andare con lui, era una sera di marzo:
- Anna senti, mi hanno chiesto di andare a Lima, tutto pagato in prima classe per una persona o per due persone in seconda classe. Andarci da solo non mi va, e se ci andassimo insieme?
E poi ancora:
- Stare lí solo per 4 giorni non ne vale la pena, e se allungassimo di una settimana e visitassimo qualche posto? Non so Machu Picchu o la Foresta Pluviale… cosa preferiresti? […] Ah ma tanto lo sapevo che avresti scelto di andare a caccia di anaconda in mezzo alla pauta amazzonica!!!
È stato uno dei viaggi più belli
della mia vita e attendo con ansia di terminare i miei studi per poter far
parte di quella associazione come socio e non accompagnante questa volta. Ho parlato
con persone fantastiche, al diavolo il mio inglese (che al tempo era lievemente
maccheronico), conosciuto premi Nobel, geni della medicina e proprietari di
centri di ricerca, università, che se ci penso ancora oggi mi commuovo per tale
opportunità. Non sarò mai grata abbastanza ai miei genitori per aver avuto tutto,
per quello che hanno fatto per me.
In quei quattro giorni nella
capitale peruviana ho visto cosa veramente vuol dire essere poveri. Una metropoli
da 12 milioni di abitanti, sporca, dove la gente si fa pere di eroina in mezzo
alla strada, si prostituisce dalla più tenera età, non ha né luce né acqua per
vivere è stato devastante. Lima è talmente tanto una città di merda
(perdonatemi il latinismo) che nemmeno sotto tortura ci andrei a vivere. Com’è
possibile che ci siano ancora persone che vivono così nel mondo?
D’altra parte la seconda tappa
del viaggio è stata meravigliosa. Siamo andati a Iquitos, la più grande città peruviana
irraggiungibile se non attraverso il Rio o con aereo. Da lì la nostra
meravigliosa guida Basilio, cresciuto nella più assoluta povertà ma
intelligente, colto, felice di imparare, ci ha portato per centinaia di
chilometri con una barchetta lungo il Rio delle Amazzoni fino a raggiungere il
nulla. E per una settimana ho vissuto con mio padre sugli alberi, tra tarantole
e zanzare, anaconda, boa, tapiri obesi e animali che probabilmente Dio ha
creato da sbronzo perché sembrano degli scherzi della natura. Ho pescato
piranha e vissuto con 1 ora di elettricità al giorno, giusto per ricaricare la
macchina foto, mangiando papaya e banane, riso e altri prodotti tipici.
Ho ritrovato le mie radici, chi l’avrebbe
mai detto, nel mezzo del nulla, anzi del tutto! Della natura! Seppure il caldo
e l’umidità fossero insopportabili è stato meraviglioso. E qua non posso che
dire: grazie papà, grazie mamma, per essere dei medici fantastici e dei
genitori insuperabili.
Concludo questa serie di racconti
di viaggio con il più recente: (un pezzo del) Camino di Santiago! Fatto
giusto un anno fa per festeggiare la fine degli esami con qualche compagno di
università. E così zaino in spalla e con il minimo indispensabile dietro
abbiamo preso il primo treno per Pamplona, da dove siamo partiti, per assistere
a San Fermin, dove si fa la famosa corsa dei tori in mezzo alle vie della città.
Il dubbio gusto degli spagnoli e i loro metodi di divertimento mi lasciano sempre
sbigottita, ma che posso farci… dopo un paio di giorni passati a bere birra e
guardare fuochi d’artificio vestiti di bianco e rosso, siamo partiti a piedi
per la nostra avventura.
Abbiamo fatto 150 km circa in 5
giorni da Pamplona a Logroño, in Rioja, regione spagnola dei vini tra colline e
lande, a luglio. Ora, non dico di essere stata fuori forma (anzi tutt’altro) ma
se volete uccidervi e distruggervi ginocchia e piedi questo è il modo giusto:
condensare una marea di chilometri a piedi, con a spalle uno zaino di 10 chili
e 4 litri d’acqua (che non troverete per chilometri durante il viaggio, se non
imbevibile da fontane a random). Esperienza sportiva non male devo dire,
mi
sono anche innamorata di un paesino stupendo, Estella, antico, dove il mercato
della domenica mattina e le caffetterie con pane e dolci appena sfornati mi
hanno regalato una tranquillità fantastica.
Più che esperienza sportiva però
per me è stata una vacanza meditativa: quando cammini per ore, anche se con
amici, passi del tempo in silenzio pensando al passato, al presente e al
futuro, a te stesso. I paesaggi rurali poi mi hanno riportata alla mia
infanzia, quando giocavo nei campi delle langhe tra noccioli, boschi e vigneti,
a quando mi arrampicavo sugli alberi per raccogliere fichi e ciliegie. Se poi
si viaggia con amici il divertimento è assicurato! Quante risate ho fatto in
compagnia dei miei impavidi e strampalati avventurieri, e delle persone
incontrate durante il viaggio! Serate di musica, balli, risate e relax mi hanno
scaldato il cuore, a me, che mi considero un animale solitario, asociale e
scorbutico al massimo.
E così vi ho raccontato 3 dei
miei viaggi più importanti: uno per il cuore, l’infanzia, l’altro per la mia
passione e le mie origini, l’ultimo per la mia libertà. Eppure sono ancora in
viaggio, lontana da casa, sola con me stessa e il mio desiderio di diventare
una veterinaria e cambiare il mondo. Seppure le mie ambizioni siano grandi però
e sia ancora giovane, attendo con ansia il momento in cui tornerò a casa e
potrò godermi la mia tanto desiderata pace.
Per adesso, il mio viaggio
continua. La mia meta? La felicità.
Ma ora lascio parlare voi, se
avrete voglia di rispondere: quali sono
stati i vostri viaggi più bello e/o significativi?
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Lima, foto di copertina della mia tesina. |
La città continuava a ricordarmi la Russia – le auto della polizia segreta irte di antenne; donne con fianchi massicci che leccavano gelati in parchi polverosi; le stesse statue gonfiate dalla retorica, l’architettura da torta nuziale, le stesse strade non proprio diritte, che danno l’ illusione dello spazio infinito e non portano in nessun posto.
(Bruce Chatwin, In
Patagonia, 1977)