Visualizzazione post con etichetta Scienza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Scienza. Mostra tutti i post

lunedì 20 giugno 2016

Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma


Titolo curioso vero? Chissà quanti di voi ne hanno colto il significato. Ma di cosa vi parlerò mai? Lavoisier? Fisica? Chimica? Anche, ma a modo mio. Oggi vi parlo di un simbolo a me molto caro: l’Uroboro, anche detto ouroboros o oroboro. E cosa centrerà mai con il titolo? Lo scoprirete leggendo.


Non so se vi ricordate, tempo fa vi raccontai una mia stranezza: ho 5 piercing sull’orecchio destro, anche se l’idea originale è di farne 7, con un preciso significato (amore, amicizia, passione, sogno, arte, scienza e me stessa). Il primo dal basso, che rappresenta me stessa, volevo caratterizzarlo mettendoci un orecchino proprio di un Uroboro, che cerco da anni e non ho mai trovato (ma alla fine ho deciso di costruirmelo da sola). Detto ciò, iniziamo a parlare di questo simbolo.

Quando vogliono scrivere il Mondo, pingono un serpente che divora la sua coda, figurato di varie squame, per le quali figurano le Stelle del Mondo. Certamente questo animale è molto grave per la grandezza, si come la terra, è ancora sdruccioloso, perché è simile all’acqua: e muta ogn’anno insieme con la vecchiezza la pelle. Per la qual cosa il tempo facceno ogn’anno mutamento nel mondo, diviene giovane. Ma perché adopra il suo corpo per il cibo, questo significa tutte le cose, le quali per divina provvidenza son generate nel Mondo, dovere ritornare in quel medesimo.
Hieroglyphica, Orapollo, V secolo d.C.

Uroboros” è un termine di origini greche che significa “divoratore della coda’’ ed è uno dei simboli mistici più antichi esistenti: in generale è rappresentato da un serpente (o drago) che si mangia la propria coda creando un cerchio, ma nel corso del tempo ha assunto forme leggermente differenti.

Non ha né un inizio né una fine, sembra immobile e in movimento allo stesso tempo, sparisce divorandosi, eppure esiste. Ciò ha molteplici significati: la ciclicità delle cose, della natura creatrice e distruttrice, vita e morte, che plasmano l’energia dell’universo in un eterno rinnovarsi.

Il serpente in sé, è uno dei simboli più antichi e diffusi nelle culture di tutto il mondo, come quelle mediorientali o quella di egizi, celti e molte altre, animale considerato sacro, sinonimo passionalità, morte e fortuna. Le sue caratteristiche sono associate a forze sovrannaturali e ultraterrene, come il periodico cambio della pelle per crescere o il veleno, letale e allo stesso tempo curativo, considerato in passato come un elisir di lunga vita; seppur siano credenze antiche, hanno un fondamento dimostrabile con il sapere odierno.

Da un punto di vista biologico l’ecdisi (muta) è il periodico, costante e regolare rinnovamento della pelle che permette ai rettili di crescere e raggiungere dimensioni, stadi o colorazioni differenti. Se il serpente, o rettile, non muta, non cresce e se la pelle si stacca a pezzi e non in una volta sola è sintomo di problemi, causati da patologie, infezioni, malessere dell’animale e un ambiente inadeguato per il suo benessere.
Il veleno di alcuni serpenti invece viene ampiamente utilizzato nella medicina estetica, in creme antirughe, iniezioni per non invecchiare, rimanere “giovani per sempre” e nella cura dei tumori. Per esempio quello delle vipere Cerastes cerastes e Macrovipera lebetina contiene un enzima, la fosfolipasi A2, nota per la sua attività antitumorale e antiinfiammatoria, oltre a possedere proprietà antimicrobiche, che lo hanno reso ideale per la preparazione di molti antibiotici. Alla fosfolipasi A2 si aggiungono anche le metalloproteasi, la disintegrina, la L-amminoacido ossidasi e molte altre sostanze che sono odiernamente studiate per la cura di patologie neoplastiche.

È anche simbolo prediletto di maghi e occultisti ed è presente nella tradizione gnostica: il serpente aveva destato nel cuore dell’uomo la bramosia di conoscenza causando così la cacciata dal Paradiso terrestre.

Il “Serpens qui caudam devorat” rappresenta l’idea che l’intero universo sia un’entità, un organismo unitario, di cui le singole parti, qualunque distanza le separi, sono legate tra di loro in modo necessario.
L’Uroboro è il serpente capace di morire e rinascere continuamente: rappresenta l’infinito, l’eternità, la rinascita e l’immortalità.

L’antica alchimista Cleopatra usa questo simbolo nella sua “Crisopea” come emblema per fabbricare l’oro: il serpente metà bianco e metà nero (come lo Yin e lo Yang della tradizione Taoista cinese) rappresenta il bene e il male, perfezione e imperfezione, le due componenti che costituiscono la materia, Zolfo e Mercurio, uomo e donna, Sole e Luna che insieme creano il “filius philosophorum” (archetipo nella filosofia junghiana) o anche la “lapis philosophorum” (pietra filosofale) a seconda delle interpretazioni.  

In alchimia, l’Uroboro viene trasformato in un drago alato per caratterizzare la volatilità di alcuni composti, risultante da una trasformazione, e in particolar modo rappresenta il concetto “En to Pan”, ossia “Uno il Tutto”. Questo a sua volta riconduce alla legge della conservazione della massa che si fonda sul postulato di Lavoisier “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”.

Tutto si trasforma in mille combinazioni fino a ripetersi infinite volte in un tempo eterno, in un sistema finito. Non è forse il fondamento dell’Eterno ritorno dell’uguale di Nietzsche?

Ogni cosa fa parte di un ciclo che non ha né inizio né fine, si ripete all’infinito, da cui è impossibile sfuggire: non si può scappare all’eternità, al tempo. Cosa può fare l’uomo allora se non accettare la sua sorte? La sua vita si ripeterà per un numero infinito di volte. In questo concetto solo gli uomini superiori possono apprezzare il senso del ritorno dicendo di sì al passato e al futuro, trasformando il “così fu” in “così volli”.
Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: "Questa vita, come tu ora la vivi e l'hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione - e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L'eterna clessidra dell'esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello di polvere!". Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: "Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina"? 
Friedrich Nietzsche, La gaia scienza, Libro IV 

Il serpente che si morde la coda non è forse l’Io con la coscienza? Contiene in sé elementi opposti che alla fine si congiungono come Io e Tu, soggetto e oggetto, senza mai separarsi. Dal caos iniziale, dal passato ossia la coda, inizia l’indifferenziazione dell’inconscio e la totalità della psiche. Il serpente uccide sé stesso e rinasce da sé stesso in un cerchio infinito autosufficiente.
L’Uroboro è la rappresentazione dell’infinita attrazione degli opposti e della loro uniformità nell’essere. Rappresenta l’uomo: luce e ombra, imperfezione e perfezione, anima, il sé, l’incontro e l’unione di coscienza e inconscio. Così fu e così sarà per sempre.

Quale cerchio, palla e rotondo esso è il chiuso in sé stesso, senza principio e senza fine; nella sua perfezione premondana è anteriore a qualsiasi decorso, eterno, poiché la sua rotondità non conosce alcun prima e alcun dopo, cioè alcun tempo, né alcun sopra e sotto, cioè alcuno spazio.
John von Neumann


Ecco quindi, riassunto, il perché della mia affezione per questo simbolo. In fondo, poi, si riunisce anche alla mia passione per rettili e in particolar modo ai serpenti, che tanto mi hanno dato nella mia vita, gioia, dolore, soddisfazioni e allo stesso tempo mi hanno portato alla solitudine di chi viene abbandonato per pregiudizi e paure.

A volte penso che non abbia altra ragione di vivere se non mordermi la coda, divorare il passato, e andare avanti, nell’incommensurabile solitudine dell’essere, perché da questo cerchio non ho scampo. 

giovedì 21 aprile 2016

Storia della chirurgia: parte prima


Come alcuni di voi sanno, studio veterinaria. Ma in realtà ho sempre avuto una grande passione per la medicina in generale, specialmente per la chirurgia. Mi sembrava giusto quindi, scrivere una serie di articoli per raccontarvi le origini di questa disciplina, che un giorno spero di poter praticare. Spero vi interessi e vi affascini almeno un po’!
E iniziamo quindi con il primo di una serie di articoli, per percorrere insieme l’evoluzione di una disciplina che ha cambiato il mondo e unisce magia, arte, scienza e tradizione, ma che a contempo è anche raccapricciante e folle. Buona lettura!



Storia della chirurgia: 1ª parte

L’ abolizione del dolore in chirurgia è una chimera. Bisturi vorrà sempre dire dolore.
Dr. Alfred Velpau, chirurgo francese, 1839

Dagli Egizi all’antica Grecia

Si pensa che la chirurgia sia una disciplina moderna, sviluppatasi soprattutto negli ultimi decenni e nata appena qualche secolo fa. In realtà la sua origina risale a millenni e millenni fa, trovando le sue origini nell’ Antico Egitto.

All’epoca dei faraoni, vi era già una forma di curare alcune patologie, seppur in maniera molto rudimentale e mischiando religione e magia con la medicina. Un primo trattato di chirurgia venne scritto nel 2700 a.C. dal sacerdote Imhotep che alla sua morte venne deificato e riconosciuto come dio della medicina.
Successivamente venne scoperto un trattato risalente al 1600 a.C., che oggi si conosce con il nome di papiro di Edwin Smith e raccoglie ben 48 casi clinici, dove si distinguono diversi traumi, tumori e fratture, con le rispettive cure utilizzate e gli strumenti chirurgici adoperati. Vengono descritte amputazioni, trapanazioni effettuate a mano senza alcuna forma di anestesia previa, talmente dolorose da causare spesso la morte del paziente durante il trattamento.


Un esempio: per operare una ferita profonda si procedeva facendo un’incisione con coltelli utilizzati per la mummificazione, e dopo aver effettuato le dovute riparazioni, si procedeva a chiudere l’apertura con le stesse cuciture utilizzate per l’eviscerazione delle mummie. Si continuava poi ponendo carne cruda sulla ferita legata con delle fasce, per fermare la fuoriuscita di sangue, per un giorno; infine si ricopriva con unguenti che potevano essere di gesso e miele per impedire infezioni, sali di rame e sodio per diminuire le secrezioni e aiutare la cicatrizzazione, oppure foglie di salice e ammoniaca per curare le infiammazioni.

Nel papiro di Smith, oltre a strumenti e operazioni che più che alla medicina sembrano appartenere a un qualche psicopatico, vi si possono leggere anche delle innovazioni che ancora oggi vengono utilizzate, seppur evolute notevolmente. Vengono infatti introdotti l’uso delle garze, tamponi, bendaggi, stecche per le fratture di arti e punti di sutura. Inoltre l’autore del papiro distingue la figura del chirurgo da quella del medico: a differenza di quest’ultimo, il chirurgo non si limitava a curare un paziente, ma osservava ciò che aveva di fronte, descrivendo ciò che vedeva con una terminologia che fosse adatta e degna di nuove scoperte, anche se molto primitiva e infantile; per esempio il sangue coagulato veniva descritto come una specie di verme dal colore rosso intenso.

Non dire mai “Oooops” in una sala operatoria.
Dr. Leo Troy

Esempio di strumenti chirurgici
utilizzati nell'antico Egitto
In Mesopotamia, nel II millennio a.C., i chirurghi assiro-babilonesi non si distinguevano molto dagli Egizi e anche loro provvedevano nella cura di ferite, fratture e simili in una maniera analoga. Al tempo, però, vigevano regole severissime per loro, infatti secondo il codice di Hammurabi, i chirurghi che fallivano in un’operazione dovevano sottoporsi all’amputazione di arti o falangi come punizione per la loro inettitudine.

Nell’Antica Grecia, uno dei primi medici a lasciare il segno fu Palamidas, che introdusse nella chirurgia l’utilizzo di molteplici strumenti quali forbici, bisturi e coltelli anche se rudimentali, sporchi e mal curati. Nell’Iliade viene anche descritta un’operazione effettuata su Menelao, che era rimasto ferito in guerra da una freccia che gli aveva perforato il polso; il re fu curato da Asclepio, semidio della mitologia greca e adattato a Esculapio dai latini, sinonimo di medico, che oggi viene usato per rappresentarne il simbolo.

Ma il vero apporto alla chirurgia lo possiamo attribuire a Ippocrate, pioniere della medicina: egli esalta la potenza della chirurgia, capace di intervenire dove non arrivava il soccorso ella medicina.

Quaecumque non sanant medicamenta, ea ferrum sanat; quae ferrum non sanat, ea ignis sanat; quae ignis non sanat, ea incurabilia putare oportet.
 
È lui stesso a introdurre il termine da cui oggi deriva la stessa parola: nel suo significato etimologico, Ceirourg ia indica la cura con arti manuali, “lavoro manuale”, tipico del chirurgo che era sempre stato colui che si avvaleva dell’uso della mano, nuda o munita di strumenti, seguendo le indicazioni del suo intelletto razionale.
Ippocrate viene ricordato oggi specialmente per due cose: il giuramento ippocratico, che ogni medico e chirurgo moderno deve fare, e la teoria umorale.

Il giuramento stabilisce il ruolo del medico nella società, incaricato di portare benessere fisico, spirituale, sociale e psicologico al paziente attraverso la giustizia, l’autonomia, la verità e il mantenimento delle promesse senza uccidere o recare alcun danno di proposito.

La teoria umorale invece fu di fondamentale importanza nei secoli successivi: Ippocrate riconosce nella personalità l’origine delle malattie, distinguendo quattro umori principali che vanno a determinare il carattere di ciascun individuo:


  1.  la bile gialla, che se in eccesso porta una persona a essere rabbiosa, collerica, permalosa e irascibile oltre che magra, furba e generosa;
  2.  la bile nera, causa malinconia, magrezza, facendo diventare la persona debole, pallida, triste e in alcuni casi anche avara;
  3.  il flegma, porta invece le persone a essere generose, serene, talentuose e anche pigre;
  4. e infine il sangue o umore rosso, che porta allegria nell’individuo oltre che a un senso di giocosità, ha anche una forte sessualità.


Nonostante le sue abilità chirurgiche e i metodi adottati non fossero molto migliori di quelli degli antichi Egizi, grazie a Ippocrate la chirurgia prende forma ufficiale, aprendo la strada all’anatomia vera e propria, non solo pratica ma anche teorica.
Le sue teorie, saranno di ispirazione per secoli nella storia dell’umanità e della chirurgia, tanto da diventarne il fondamento durante il medioevo, specialmente grazie al medico romano Galeno, di cui ne parlerò nella prossima puntata…



Grazie per aver letto la prima parte e alla settimana prossima con la seconda parte dedicata all’ antica Roma e al Medioevo. 


mercoledì 6 aprile 2016

Arcani Tour #8 – La Luna (Guest-Post di Marco Lazzara)


Oggi, cari lettori, ho una sorpresina per voi! Riprendo in mano il Blog dopo un periodaccio di assenza, lavoro e sfortune con un Guest Post di un autore fantastico che non smetterà mai di sorprendermi con i suoi racconti e articoli meravigliosi. Ma di lui ne avete già sentito parlare più e più volte, non sto a dilungarmi e lascio la parola a Marco Lazzara!

L’Arcani Tour è un giro promozionale del mio secondo libro, Arcani, per i blog che decidono di ospitare l’iniziativa. Il blogger che partecipa deve scegliere una carta dei Tarocchi, ognuna delle quali nel mio libro è rappresentata da un racconto, e riceve in cambio da me un guest-post correlato. Anna Massé (che ringrazio dell’adesione) ha scelto la carta de La Luna.


La Carta: “La Luna è la rappresentazione del sogno, della magia e delle illusioni. Le cose al chiaro di luna sono molto diverse da come apparirebbero alla rivelatrice luce del sole.”
Il racconto nel mio libro: Si tratta di Uno di Questi Giorni Alice..., in cui la piccola protagonista è tormentata da un pestifero ragazzino che con lei fa il bulletto...


Il Lato Oscuro della Luna

“E se con anche degli oscuri presagi la tua testa dovesse esplodere, allora ti vedrò sul lato oscuro della luna.” (Pink Floyd, Brain Damage, da The Dark Side of the Moon)


La Luna, il satellite del nostro pianeta, presenta sempre la medesima faccia rivolta verso la Terra: c'è quindi una parte della superficie lunare che non può essere vista da un osservatore che si trovi sul nostro pianeta. Questo è dovuto al fatto che i periodi dei due principali movimenti che essa compie nello spazio (rotazione sul proprio asse e rivoluzione attorno alla Terra) siano pressoché uguali; l’effetto è noto come rotazione sincrona, ed è comune a quasi tutte i satelliti del Sistema Solare. Per questa ragione, la Luna è divisa in due metà, separate da una linea di demarcazione chiamata terminatore: il lato illuminato, quello che è possibile osservare dalla Terra, e il lato oscuro, che invece ci è nascosto. Entrambi i lati sono comunque illuminati dal sole.
Come si può osservare anche a occhio nudo, la faccia illuminata della Luna presenta un aspetto disomogeneo, con zone di diversa gradazione di colore: alcune più chiare, gli altipiani o terre alte, accidentate e butterate da una gran quantità di crateri delle più varie dimensioni, e diverse zone più scure, chiamate mari, i quali in effetti sono pianure basaltiche, originatesi da antiche eruzioni di materiale incandescente.
Al contrario della faccia visibile dalla Terra, in quella nascosta sono scarsissimi i mari scuri e prevalgono invece le terre alte. Sul differente aspetto dei due lati sono state formulate varie ipotesi, ma la ragione di questa diversità non è ancora ben compresa. Si è ormai d'accordo nello spiegare la formazione di molti crateri, se non tutti, a seguito dell’impatto da parte di corpi precipitati dallo spazio; perciò una spiegazione semplice potrebbe essere individuata considerando che il lato illuminato è più protetto di quello oscuro per via della presenza della Terra, ovvero quest’ultimo può essere più facilmente bersagliato da meteoriti. Vi sono invece differenti punti di vista per quello che riguarda l'origine dei mari.


È noto da tempo che la Luna ha una forte asimmetria, dovuta al fatto che il suo centro geometrico è spostato di circa due chilometri rispetto al centro di massa. L'interpretazione più semplice che si può darne è che la crosta (più leggera) sulla faccia visibile dalla Terra sia più sottile di quella che si trova sulla faccia nascosta, dato che il centro di massa è spostato verso la Terra. Questa asimmetria può essere la conseguenza di una inomogeneità chimica avvenuta all'epoca dell'accrescimento, ovvero successiva al distacco della Luna dalla Terra durante la sua formazione: questo può aver infine portato alla formazione di mari sulla faccia visibile e alla loro quasi assenza su quella opposta.
Alcuni scienziati ipotizzano invece che, così come la forza gravitazionale lunare provoca le maree terrestri, analogamente la gravità esercitata dalla Terra potrebbe avere un effetto sulla Luna, specialmente sul lato illuminato, agendo esclusivamente sulla crosta.
Molti ricercatori sono piuttosto dell’idea che i mari si siano formati in seguito a un'intensa attività vulcanica, durante la quale della lava fusa, proveniente dall'interno della Luna, si sia depositata sui loro bacini. Ma questo non spiegherebbe perché sulla faccia nascosta i mari siano quasi del tutto assenti. Altri pensano che i bacini dei mari si siano formati per l'impatto di oggetti provenienti dallo spazio, e che la Luna sia semplicemente stata una massa di rocce fredde senza vulcani o movimenti tellurici come quelli della Terra: ritengono cioè che la Luna sia oggi essenzialmente com’era al tempo della sua formazione. Quando un oggetto colpisce la superficie lunare, produce nella zona dell'impatto un bacino di rocce fuse, increspato da onde circolari molto simili alle perturbazioni che genera un sasso gettato in una pozza d'acqua. In seguito le rocce si raffreddano, e il loro irrigidimento ferma il movimento dell'onda, congelandola per sempre. Sulla faccia oscura si trovano parecchie di queste strutture a onda congelata, mentre nessuna su quella visibile: ovvero l’esatto contrario di quanto avviene per i mari, suggerendo che se si togliesse dai mari della faccia visibile il materiale riempiente, si troverebbero al di sotto strutture di questo tipo.


Un'altra circostanza piuttosto strana è rivelata dalle registrazioni altimetriche ottenute durante il volo dell'Apollo 15: la differenza tra le altitudini e le depressioni è circa doppia sul lato oscuro della Luna rispetto a quello illuminato. Questo sembra poter essere spiegato solo supponendo che sulla faccia rivolta verso la Terra le depressioni siano state sommerse da un qualche materiale riempiente, come da un mare di materia dal quale sporgono solo le creste, e dato che le cime sono molto più acuminate sulla faccia invisibile che su quella visibile, questa sostanza avrebbe dovuto avere anche la capacità di smussarle. Per ottenere qualcosa del genere ci vorrebbe un materiale molto più friabile della lava, ad esempio della polvere.
Per ora rimane un mistero, ma forse un giorno scopriremo il motivo per cui il lato illuminato e il lato oscuro della Luna sono così differenti.


“Non c’è alcun lato oscuro della luna. In effetti è tutta scura.” (Pink Floyd, Eclipse, da The Dark Side of the Moon)

Per seguire gli altri post dell’iniziativa, vedi: http://tinyurl.com/hap3fs3
Link al mio libro: http://tinyurl.com/zwtwq9j


giovedì 18 febbraio 2016

Come nasce un pianeta?

Oggi recupero un vecchio articolo dal mio blog, uno dei rimasti dalla sua cancellazione purtroppo. Quindi vi parlerò di scienza! Ragazzi rimboccatevi le maniche, qui non si scherza (ma anche si). 
Non vi risparmierò nulla sappiatelo quindi vi avviso: se non avete tempo di leggere l’ articolo per intero, troverete al fondo i semplici passi per creare un pianeta tutto vostro.
Per tutti gli altri, che hanno deciso di intrattenersi per qualche minuto leggendo il mio articolo, vi auguro una buona lettura ;)

Come nasce un pianeta?

Non è di certo un processo facile e veloce quello che porta alla formazione di un pianeta, ma anzi sono necessari parecchi milioni, se non miliardi, di anni perché ciò avvenga.
Innanzitutto, iniziamo a dare una definizione di “pianeta”:

Un pianeta è un corpo celeste con un massa inferiore alla massa critica per l’ innesco di reazioni di fusione termonucleare. Per il deuterio la massa limite Mᴸᴵᴹ ~ 13 M Giove.
(Definizione ufficiale dell’ Unione Astronomica Internazionale)

In poche parole, per semplificare il tutto, un pianeta è corpo dalle dimensioni insufficienti per far si che al suo interno si inneschino una serie di reazioni termonucleari e quindi troppo piccolo per diventare una stella.


Purtroppo, a causa dell’ impossibilità o dell’ estrema difficoltà dell’ osservazione diretta delle fasi di formazione planetaria, non possiamo definire una specifica e precisa origine dei pianeti ma possiamo solo fare delle ipotesi e proporre dei modelli.

Poiché molti pianeti appartengono a un sistema solare/stellare, simile al nostro, per risalire alla loro nascita dobbiamo fare un salto indietro fino alla formazione dello stesso sistema.
Una nebulosa, detta “stellare”, arrivata alla fine dei suoi giorni, inizia a contrarsi fino a formare una specie di disco all’ interno del quale iniziano ad accumularsi in uno spazio sempre più ristretto, polveri, gas e rocce. Al centro di questa troviamo la maggior parte dei detriti e dei composti di questa nebulosa, soggetti ad altissime pressioni e temperature che, ammassandosi e concentrandosi sempre di più, formano una protostella.


Di cosa sia costituita una protostella rimane ancora un grande dubbio dell’ astronomia ma in base all’ analisi di un particolare tipo di meteoriti, le contriti carbonacee, che hanno una composizione chimica identica a quella dell’ atmosfera solare, gli scienziati hanno potuto ipotizzare una lista di elementi. Ecco cosa è risultato:
Ma perché usare proprio dei meteoriti per fare una simile ricerca? È molto semplice, si ritiene che tali meteoriti siano l’ esempio più prossimo al materiale primordiale del sistema solare, in quanto poco processati. Ma queste rimangono solo delle supposizioni.
Nel frattempo che la protostella aumenta la sua temperatura e pressione, intorno a essa, come conseguenza gravità, materiali di diverso tipo e origine iniziano ad accumularsi a diverse distanze, iniziando poi a ruotare intorno alla nostra baby stella che non è ancora nata, continuando a ripulire i residui della nebulosa e formando quelle che si posso definire come orbite.

A questo punto, a seconda delle sostanze che questi protopianeti stanno accumulando, abbiamo due diversi modelli di formazione, uno che riguarda quelli rocciosi e un altro che riguarda quelli giganti e gassosi:

  • Pianeta roccioso: la protostella è circondata da un disco di gas e polveri chiamato disco protoplanetario, che comprende anche diverse rocce che si agglomerano fino a formare dei corpi dalle dimensioni dell’ ordine di alcuni chilometri, chiamati planetesimi. Le collisioni e interazioni gravitazionali tra di essi, causerebbero la nascita di embrioni planetari dalle dimensioni comprese tra quelle della Luna e di Marte che, infine, colliderebbero ulteriormente fino a formare dei pianeti veri e propri con delle orbite ancora sporche però, che si puliranno all’ innesco della prima reazione termonucleare nella stella a causa del vento solare.
  • Pianeta gassoso: esistono due diversi modelli antagonisti per quanto riguarda la formazione dei pianeti gassosi e giganti: il primo è soprannominato “core accretion”, mentre il secondo è detto di instabilità gravitazionale. Il primo sostiene che un nucleo solido di massa dieci volte circa superiori a quella della Terra, come una calamita attirerebbe a se un inviluppo di gassoso. Il problema di questa teoria è che il nucleo dovrebbe formarsi molto rapidamente, prima che il disco protoplanetario sia esaurito. La seconda teoria, invece, è la meno accreditata e sostiene che il disco di gas e polveri, dopo un periodo di instabilità, formerebbe dei protopianenti giganti autogravitanti dopodiché si avrebbe la sedimentazione di polveri e l’ accrescimento di un nucleo solido centrale.

Nel frattempo, man mano che la nostra protostella continua a contrarsi e ad aumentare di temperatura, si avrà un collasso gravitazionale, seguito poi dall’ innescamento della prima reazione nucleare che avvierà una folata di vento (il vento solare) che ripulirà le orbite dei nostri neo pianeti. Piccola curiosità: subito dopo il collasso gravitazionale, una stella non è subito visibile ma manifesta la sua presenza con fenomeni energetici quali, per esempio, i getti collimati.

Bisogna considerare però che ci sono anche dei pianeti che non appartengono a nessun sistema stellare, studiati attraverso il metodo delle velocità radiali o il metodo dei transiti, chiamati anche extrasolari di cui non si conosce in alcun modo l’ origine e/o se siano influenzati da altri corpi celesti.
Curiosità: il 12 marzo 2013 è stato osservato un insolito fenomeno intorno alla stella HR 8799, a 158 anni luce da noi, uno dei giganti rocciosi (protopianeta ancora, grande circa 7 volte Giove) ruotanti intorno ad essa avrebbe portato alla scoperta di un anomali rapporto tra carbonio e ossigeno che spiegherebbe la sua formazione, avvenuta per accrescimento del nucleo.

Per saperne di più vi invito a guardare queste due pagine, io non ve ne parlo ulteriormente perché se no non finirei più questo articolo:

In poche parole, se questa pappardella di informazioni non vi è stata utile, ecco come creare in pochi semplici passi un pianeta.

Riassunto: Come creare un pianeta

Ricetta facile facile, basta avere un po’ di pazienza e manualità. Siete pronti? Bene, incominciamo!

Ingredienti:
- rocce e pietre, a voi la scelta del tipo, e se volete dei gas e del ghiaccio (nel caso in cui preferiste creare un pianeta gassoso piuttosto che uno roccioso)
- zolfo, ferro, sodio, carbonio (andate ad occhio sulle quantità)
- mercurio (q.b)
- altri composti chimici a caso che trovate in giro
- una protostella
- lava (a piacere)

Procedimento:
Assicuratevi di avere spazio a sufficienza per poter lavorare e creare il vostro pianeta. Iniziate prendendo la protostella e mettetela da parte; recuperate le rocce e fate una piccola pallina compatta alternata a strati di lava, se volete potete aggiungere dei gas o del ghiaccio, nel caso in cui preferiate fare un pianeta gassoso. Mi raccomando compattatela per bene come se fosse una polpetta altrimenti si potrebbe disfare durante la cottura. Fatto? Bene adesso mettete un attimo da parte la vostra pallina di rocce e roba varia e prendete la protostella, avvicinatela alla vostra polpetta di rocce e accendetela. Lasciate cuocere per qualche miliardo di anni e voilà! Avrete ottenuto il vostro pianeta!



Consigli: se ci volete la vita sul vostro pianetino dovete aspettare che si raffreddi e aggiungerci un po’ d’ acqua allo stato liquido, necessaria per le sue particolari proprietà e per il suo ruolo fondamentale legato alla vita. Darà un tocco in più alla vostra polpettina spaziale.

Se però non avete tempo per creare un pianeta tutto vostro, potete chiedere a Slartibartfast di “Guida Galattica per autostoppisti” se ve ne può preparare uno e per un modico prezzo potrete finalmente ottenere un pianeta. Slartibartfast
Ma se non avete nemmeno i soldi per commissionarne uno, allora vi consiglio di accontentarvi della Terra e di rimanerci. O aspettare un’ astronave, chiedere un passaggio e trasferirvi altrove.


Spero via sia piaciuto l’ articolo, e che la prima parte non sia stata troppo noiosa o complicata, vi giuro ho cercato di renderla il più semplice possibile! Ah come rimpiango i bei momenti in cui scrivevo di fantascienza! Ma quella era solo una sfumatura delle mille cose che voglio condividere con voi. Con questo vi auguro buona serata e a presto ;)

mercoledì 20 gennaio 2016

La libertà si colora di blu


Sto pian piano riprendendo a scrivere post più regolarmente per fortuna! Basta alla monotonia dei miei articoli! Di cosa vi parlerò oggi? Scopriamolo insieme!

Il blu è inafferrabile.
Blu, o azzurro, è il cielo, il mare, l’occhio di un dio, la coda di un diavolo, una nascita,
un volto cianotico, un uccellino, una battuta spinta, la canzone
più triste, il giorno più splendente.
Questa storia parla del colore blu, e al pari del blu non vi è niente di vero.
Blu è la bellezza, non la verità. In inglese si dice true blue, ma è un giochetto, una rima:
ora c’è, ora non più. È un colore profondamente ambiguo il blu.
Anche il blu più intenso ha le sue sfumature.
Blu è gloria e potere, un’onda, una particella, una vibrazione, una risonanza, uno
spirito, una passione, un ricordo, una vanità, una metafora, un sogno…

Christopher Moore


Ecco che ho deciso di parlarvi di… un animale. Un animale? Già! Un uccello, o meglio, uno psittacide, per essere più precisi. Tutto blu. L’ ara giacinto.



Perché ho deciso di scrivere un articolo proprio su questo animale? Sarò forse impazzita? Insomma, chi se ne frega di uno stupido uccello! Sarà forse così, ma voglio farvi riflettere su un animale il cui rapporto con l’uomo è un po’ particolare. Anzi che è persino più simile all’ uomo di quanto crediate. Riflettere su quella che è la libertà di far parte dell’azzurro del cielo.

Iniziamo dunque con una piccola descrizione: l’ara giacinto, animale che amo moltissimo e che sto studiando da diversi anni, ha un colore che lo rende a dir poco meraviglioso: un blu intenso, profondo che ricorda quello del giacinto, fiore profumatissimo e umile.

Questo pappagallo è il più grande esistente al mondo, con un’apertura alare che può raggiungere il metro e mezzo, e un peso di circa 1,5-2 kg.
Molto raro da osservare in natura è seriamente a rischio di estinzione a causa di bracconaggio e della deforestazione di alcune zone dell’America latina per la costruzione di piantagioni, allevamenti e centri urbani.
Purtroppo gli esseri umani tendono ad agire senza pensare a delle possibili conseguenze, sono senza scrupoli e pongono la propria supremazia su quella di madre natura. Un pappagallo? Uno stupido uccello? A chi mai può importare? A nessuno, forse solo ai cacciatori che li catturano per poi rivenderli come stupendi animali da compagnia.

Ma questi uccelli sono più simili a noi di quanto immaginiate. Lasciate quindi che vi racconti brevemente qualche cosa in più a proposito di questi animali, qualcosa che molto probabilmente non sapete, a meno che non abbiate studiato etologia dei pappagalli.

L’ ara giacinto ha un’aspettativa di vita di 50 anni, ma molti esemplari raggiungono facilmente gli 80 e in rari casi anche i 100. Parecchi anni insomma. Ma cosa faranno mai di particolare per vivere così a lungo? Insomma, sono solo uccelli!
In effetti la loro vita può sembrare alquanto monotona: mangiano, si accoppiano, si riproducono, dormono, volano e così via. Ecco in verità, in questo lasso di tempo che è la loro vita fanno molto di più: per esempio instaurano amicizie.

In natura, vivono in piccoli gruppi di circa 10 individui tra cui si creano diversi tipi di rapporto. Ciascun esemplare seleziona infatti i conoscenti, le antipatie, gli amici ed uno o due migliori amici. Si avete letto bene, migliori amici.
Ciascun pappagallo, sin dall’ infanzia, frequenta altri individui decidendo chi aiutare, con chi volare e con chi mangiare, chi spulciare o a chi sistemare le penne, passando più tempo con quelli che gli stanno più simpatici.
Inoltre, selezionano anche il partner, una figura ben diversa ancora dalla migliore amicizia. 

Chissà che criteri avranno per decidere quale pappagallo sia più adatto!
Non deve essere facile fare una scelta che poi durerà per tutta la vita. Questi pappagalli infatti sono monogami. Hanno uno e un solo partner per tutta la vita e non lo cambiano mai, nemmeno se muore (con rarissime eccezioni). Anzi molto spesso, la morte del “coniuge” porta anche alla propria.
Pazzesco come un animale possa fare una scelta simile! Per giunta, l’amore può sbocciare anche tra individui di specie diverse, dando vita agli ibridi (come l’ara smeraldo). De gustibus…

Insomma, considerando che raggiungono la maturità sessuale verso i 4-5 anni, non deve essere facile stare con qualcuno per circa 45 lunghi anni!

Una cosa molto interessante poi a parer mio, sono le diverse tonalità di voce e suoni che emettono in base al rapporto, se si tratta di un piccolo, un amico, un conoscente o il proprio partner. Ma qui ce ne sarebbe da parlare per secoli.

Andiamo oltre!

Questi pappagalli, purtroppo, soffrono anche di malattie che nella nostra società moderna verrebbero definite come disturbi mentali quali depressione, autolesionismo che possono persino portare l’animale a commettere il suicidio. Scelta non facile. Perché un uccello dovrebbe voler morire di sua spontanea volontà?

Sarò breve, perché questo non è un trattato di etologia né un blog di biologia: la vita in gabbia è una delle principali cause che portano all’ insorgere di disturbi mentali.

Come uccelli sono davvero belli da vedere, possono imitare la voce umana e imparano molti giochi e parole facilmente, il che li rende simpatici. E poi l’animale esotico è sempre di tendenza! Ma come puoi tenere una creatura che vola per circa 8 ore al giorno chiusa in una gabbia, dove a mala pena può muoversi? Come puoi stare dietro per 20, 30, 50 anni o più dietro un animale rumoroso che ha un costante bisogno di attenzioni, stimoli ed è sociale? La gente si annoia prima o poi, e gli impegni soccombono sul nostro interesse per gli animali.
Quindi spesso finisce che queste creature rimangano sole, senza nulla da fare, chiuse in una specie di prigione dove a mala pena possono girarsi. Che vita misera… e la depressione soccombe.

Depressione: di cosa si tratta? È un disturbo dell’umore, che ha tra i principali sintomi la perdita di piacere e interesse per molte attività, anedonia, agitazione, disturbi del sonno e così via discorrendo.
Certo negli esseri umani è più facile trovare delle cure: si prendono farmaci, si parla con medici e psicologi o si iniziano percorsi mirati al miglioramento e alla guarigione del soggetto affetto.

Ma come fare a curare la depressione di un pappagallo?

Molti nemmeno se ne accorgono tra noi esseri umani, figuriamoci con un animale che a mala pena si considera e non parla nemmeno la nostra lingua! E così molti padroni e zoo finiscono per rendersene conto troppo tardi.
In molti casi il pappagallo rifiuta di mangiare, parlare e di fare qualunque cosa. Perché dovrebbe continuare a vivere la sua vita in una gabbia, da solo, senza poter volare libero con il suo compagno e i suoi amici?

Finché poi in molti casi l’animale, preso dalla noia e da altri motivi, inizia a togliersi le piume, una a una in tutti i punti dove riesce ad arrivare con il becco, finché non rimane senza. Questo processo si chiama autodeplumazione e nei casi più gravi può sfociare nell’ automutilazione. Tutto questo dovuto a “cause psichiche comportamentali”: nella psicologia moderna, la psiche viene considerata come il complesso dei fenomeni e delle funzioni che consentono all’ individuo di formarsi un’esperienza di sé e del mondo e di agire di conseguenza.

Dunque, potremmo pensare che anche questi uccelli, possiedano coscienza della loro vita e provino emozioni. Non sarebbe errato se il nostro metodo di giudizio non fosse influenzato dalla nostra concezione antropocentrica dell’essere umano. In fondo questi animali decidono di togliersi la vita, automutilarsi e soffrono di malattie da considerarsi “moderne” come la depressione, per una mancanza: di interessi, di condivisione con qualcuno, di versi, suoni, giochi, scoperte e amore. E Charles Darwin lo aveva capito.

“Una gran parte delle emozioni più complesse sono comuni agli animali più elevati ed a noi.  Ognuno può aver veduto quanta gelosia dimostri il cane se il padrone prodiga il suo affetto ad un’altra creatura; ed io ho osservato lo stesso fatto nelle scimmie. Ciò dimostra che non solo gli animali amano, ma sentono il desiderio di essere amati.”

Anni fa, mi trovavo allo zoo di Londra, con il mio fidanzato di allora per festeggiare il suo compleanno. A un certo punto entrammo nella zona dedicata agli uccelli tropicali e fui entusiasta di scoprire che avevano una coppia di ara giacinto proprio lì. Così mi avvicinai felicissima alla gabbia e vidi il contenuto: due animali silenziosi, indifferenti, mogi. Mi sono parsi quasi consci del loro destino e della loro condizione. Una coppia di pappagalli (forzata per giunta visto che la scelta del partner è stata decisa dai curatori dello zoo), chiusa in una gabbia che non sarà mai abbastanza grande se paragonata all’ immensità del cielo dove questi animali volano liberi per tutta la vita, facendo parte con il loro piumaggio dell’azzurro infinito. E dall’ altra parte, a guardarli, una coppia di umani, senza ali, che non avranno mai la possibilità di librarsi in cielo, ma solo di osservarlo dal basso.

Pensiamo che 50, 80 o 100 anni di vita per un pappagallo siano tanti, ma non saranno mai abbastanza per scoprire l’immensità del cielo.

E allora cosa spinge le persone a comprare un animale come l’ara giacinto? Un animale che non costa come un cane o un gatto, ma la bellezza di 10.000-15.000€ circa (fino a qualche anno fa i prezzi sfioravano persino gli 80.000 o più). Un animale che non vive 10-15 anni, ma vive quasi come un essere umano.

Forse vogliamo una parte di quel blu, il blu del cielo e della libertà che non possiamo avere e che col tempo ci dimentichiamo, lasciando che perda il suo colore e che poi, inesorabilmente, muoia.

“L’inclinazione del blu all’ approfondimento è così grande che proprio nelle tonalità più profonde diventa più intensa e acquista un effetto interiore più caratteristico.Quanto più il blu è profondo, tanto più fortemente richiama l’uomo verso l’infinito, suscita in lui la nostalgia della purezza e infine del sovrasensibile.”

Vasilij Kandinsky

Vincent van Gogh, Sulla soglia dell'eternità